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La ragazza è stata insultata in metro solo perché indossa il velo ed è musulmana. La storia


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A chi la insultava per quel velo rosa confetto che ama tanto ha risposto con un sorriso. Alla fine, sì, ha pianto, ma prima ha guardato negli occhi quell'uomo pieno di odio e rancore e gli ha sorriso. Lo ha fissato e ha lasciato che le sue labbra sorridessero perché quello, per lei, era il modo migliore per fargli capire che in fondo le sue parole - nonostante tutto - le stavano scivolando addosso.

E con la forza contagiosa di un sorriso, lei ha trovato anche la solidarietà di tutte le persone che erano lì ad assistere, che sono intervenute e che le hanno chiesto scusa, anche se - dice - "non avrebbero dovuto".

Houda, insultata perché musulmana

Il sorriso - bello, spontaneo - è quello di Houda Latrech: una ragazza musulmana nata venti anni fa in Marocco da genitori marocchini, ma che da diciassette anni vive nel Varesotto. Venerdì mattina, Houda - che lo scorso anno si è diplomata al liceo linguistico Manzoni di Varese - è scesa come sempre dal treno che la porta ogni giorno a Milano Garibaldi ed è scesa in metro per prendere la M2 per arrivare alla Statale e andare al seguire il corso di filosofia di diritto alla facoltà di Giurisprudenza, alla quale è iscritta.

Venerdì, però, la routine, il solito viaggio, si sono trasformati in qualcosa di altro, di diverso. "Qualcuno mi spinge e sbatto il braccio contro il treno della linea 2 che arrivava proprio in quel momento - racconta la studentessa a -. Credevo fosse per la calca, le porte ormai erano aperte e sono entrata". Chi l'ha spinta, però, non lo ha fatto per caso.

"Musulmani, noi vi bruceremo tutti"

"Mi giro a guardare - questo il racconto della ragazza - e vedo un uomo che mi osserva con uno sguardo di folle lucidità. Mi addita e comincia a inveire contro di me".

Le parole che escono dalla bocca dell'aggressore Houda le ricorda ancora e non senza un pizzico di dolore: "Urlava«Voi musulmani brucerete vivi noi e quindi noi vi bruceremo tutti per primi. Siete tutti feccia umana, delle merde, tornatevene ai vostri Paesi, faremo piazza pulita». E ancora mi diceva «Siete oppresse e amate esserlo, togliti quel velo, dobbiamo uscire da questo sonno e cacciare questi invasori»”.

"Tremo di terrore, non so cosa fare, il panico sale e io che sono sempre forte, sempre sicura di me stessa, io che so resistere alla tempesta, mi trovo in un attimo travolta da essa - ricorda, ancora terrorizzata, la ventenne -. Cerco di non piangere, cerco di coprirmi le orecchie, di confondermi con la massa. Fisso il vuoto cercando di allontanarmi dall’uomo, che non si ferma un attimo, continua a urlare, alzare le mani, mentre frasi sconnesse continuano a fuoriuscire dalla sua bocca".

"Lo guardo negli occhi e sorrido"

È qui, però, che Houda decide che è il momento di reagire. "Non riesco più a trattenermi - dice, ripercorrendo quei momenti con la mente -, ma non gli darò la soddisfazione di vedermi piangere. Lo so, in fondo al mio cuore, so che non cederò".

Ed ecco che sul suo volto compare un sorriso: "Gli sorrido - spiega la studentessa -. Lo guardo negli occhi e sorrido".

E quel sorriso sembra distruggere tutto ciò che c'è attorno. "Il mio sorriso sembra scatenare la solidarietà delle persone che ho accanto - dice felice Houda -. L’uomo davanti a me mi dice di ignorarlo, si sente in dovere di scusarsi, mi dice che «anche noi italiani eravamo discriminati, che in America ci chiamano mafiosi, che la ruota gira per tutti». Ma non voglio essere un raggio di questa ruota, lo ringrazio di cuore, gli stringo la mano, mentre le lacrime cominciano a scendere".

La solidarietà e le scuse dei passeggeri

Ma non è l'unico passeggero che fa capire alla ventenne che non è sola: "Un ragazzo mi tocca la spalla, penso sia involontario, lo guardo e mi dice di non mollare, mi dice di mettermi davanti a lui. Un'altra ragazza si alza, si avvicina a me, mi abbraccia, si scusa anche lei e - ripete la giovane - le dico che non lo deve fare".

"In un attimo tutti mi sostengono, l’uomo si sente escluso da questa manifestazione di sostegno, sbraita ancora di più, ancora più forte, ma io non ho più paura, sorrido ormai. Sorrido - dice Houda - perché sono di nuovo me stessa, sono di nuovo nel mio paese, sono di nuovo tra la mia gente".

E così il venerdì mattina dell'universitaria torna bello: "L’uomo scende, incollerito, scende avvolto dalla sua rabbia - il racconto della ragazza -, mentre io sono avvolta solo dall’affetto di chi ha saputo aiutarmi nella mia confusione, di chi ha saputo prendermi per mano, proteggermi, di chi ha saputo accompagnarmi, abbracciarmi, di chi ha voluto sacrificare il suo tempo per aiutarmi, di chi si è voluto scusare, pur non avendo alcuna colpa, di chi mi ha ribadito che non sono tutti così, anche se non ce n’era bisogno, anche se io lo so".

"Oggi voglio ringraziare chi mi ha aiutato"

E a spiegare perché ha deciso di raccontare l'accaduto è lei stessa: "Non è un j’accuse quello che ho intenzione di fare, ma un ringraziamento. Perché non sono una vittima e non cadrò nel vittimismo, non cederò all’odio e alla paura, perché è questo che ci vogliono indurre a fare".

"Oggi - le parole della ventenne - voglio ringraziare Vanessa, la ragazza che mi ha abbracciata, che mi ha aiutata a scendere dalla metro e mi voleva accompagnare a porre denuncia. Oggi ringrazio il ragazzo che si è messo tra me e l’uomo e a cui non ho chiesto il nome. Oggi ringrazio Alessandra per essere venuta a prendermi alla fermata, per avermi abbracciata in mezzo al via vai incessante, incurante, per aver saputo fermare il tempo. Oggi ringrazio Edoardo, ringrazio Siria, Jlenia, Valeria, ringrazio tutte le persone che mi sono state a fianco e che mi hanno mostrato sostegno."

"Oggi - conclude Houda - sorrido ricordando che un uomo mi abbia voluto fare del male per aver indossato il velo rosa confetto". Un velo che Houda continuerà a mettere, naturalmente sorridendo.

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martedì 31 luglio 2018
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» Il permesso a costruire non garantisce la qualità dell’opera
11 luglio 2012
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Autore: Redazione

Nell’edizione di Gazzetta Italia dello scorso aprile abbiamo raccontato un caso apparentemente eccezionale. Si trattava di una situazione in cui malgrado l’effettuazione dell’investimento edile come da licenza edilizia, l’investitore è stato obbligato a demolire non solo la soprelevazione da lui secondo il progetto approvato ma anche la preesistente soffitta. In seguito ad una serie di errori degli impiegati statali, che emettevano decisioni non conformi alle domande dell’investitore straniero, e anche a causa del conflitto iniziato da un abitante del palazzo vicino (con cui prima il progetto di investimento era stato discusso) il permesso di costruzione è stato annullato. Tra le obiezioni principali, presentate da parte di uno dei comproprietari del palazzo vicino, c’erano: l’influsso negativo dell’investimento sulla funzionalità dei camini dell’edificio vicino e anche la mancanza della approvazione dell’investimento. Sembra quindi che soprattutto la prima accusa dovrebbe interessare le autorità locali. Comunque nel corso di nove anni, all’investitore è stato chiesto di presentare numerose perizie ma nessun impiegato statale ha verificato le accuse presentate dal vicino. Inoltre per tutto questo periodo non è stato convocato un perito e nessuno ha interrogato gli abitanti del palazzo vicino. I controlli richiesti dall’investitore non sono stati eseguiti perché il vicino in conflitto non ha aperto mai la porta agli impiegati statali ed essi hanno rinunciato ad ulteriori tentativi di indagare sulla causa. In effetti i funzionari pubblici hanno detto che l’elemento cruciale del caso è la mancanza del permesso dei vicini dell’investitore per i lavori. Secondo gli organi dello Stato l’edificio in questione deve essere al livello del palazzo vicino, perché solamente i palazzi con lo stesso numero dei piani garantiscono il funzionamento adeguato dei caminetti. Quando i palazzi sono alti uguali si elimina il rischio del rimbalzo del fumo sull’edificio più alto. Per i funzionari statali non conta il fatto che prima della realizzazione dell’investimento nel palazzo, il cui l’ultimo piano è stato comprato dall’investitore nel 2000 (e che esisteva già da alcune decine di anni), aveva un piano in più rispetto al palazzo vicino e aveva la stessa altezza che gli altri palazzi collocati nella stessa via. Non neppure il fatto che un altro edificio è più alto di un piano rispetto al palazzo in cui abita l’accusatore, e influisce nello stesso modo sulle canne fumarie. In fine non vale più il fatto che neanche il vicino che ha presentato le obiezioni non ha chiesto il “livellamento” dei palazzi (voleva solamente che fosse demolita la soparelevazione realizzata dall’investitore). Non sono state eseguite le indagini indipendenti che avrebbero confermato il rimbalzo del fumo a causa del palazzo vicino. Comunque, come risulta dalle trattative eseguite dai rappresentanti dell’investitore con gli enti locali, le autorità statali non vedono nulla di straordinario nel procedimento e nei loro risultati. Ne scriviamo di nuovo perché anche se sembra che si tratti di un caso isolato, è difficile valutare la frequenza con cui capitano le situazioni simili. Le decisioni, riguardanti i permessi di costruzione sia in Polonia sia in tutto il mondo, sono questioni chiave per le banche e per le varie istituzioni che concedono i cofinanziamenti agli investitori. Il caso della soprelevazione del palazzo in via ?w. Gertrudy 7 a Cracovia mostra che ogni investitore (diretto o finanziario) dovrebbe tener presente che effettuando un qualsiasi investimento, conformemente alle decisioni degli enti locali,si può perdere in qualsiasi momento non solo i mezzi per l’investimento ma anche lo stesso immobile e perfino cacciarsi in un processo costoso e lungo. Interessante è anche il fatto che, secondo le opinioni degli esperti, la demolizione di due piani del palazzo richiederà l’espulsione temporanea degli abitanti di tutti e due palazzi e l’uso di cariche esplosive. Secondo gli enti locali è l’unico metodo per prevenire il rischio del rimbalzo del fumo nelle canne fumarie del palazzo vicino. Con la buona volontà di tutti coinvolti nel caso e la voglia di risolvere la questione (se essa esiste veramente) è ovvio che grazie alla moderna tecnologia si può risolvere la questione in vari modi. Da essi il più facile è il montaggio di apparecchi speciali sui comignoli. Questo costerebbe alcune migliaia di euro che è ben poco in confronto ai costi legati alla demolizione (sostenuti non solo dall’investitore) senza contare il poter evitare una vicenda che è diventata una grottesca telenovela molto dolorosa per tutti coinvolti nella questione sia direttamente che indirettamente.

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Definizione di protocollo

Il termine protocollo viene usato in generale per indicare un complesso di regole e di procedure a cui ci si deve attenere in determinate attività. Per esempio in campo medico un protocollo definisce le regole da seguire per una diagnosi o una terapia. In ambito diplomatico il protocollo identifica l'insieme delle norme e dei cerimoniali che regolano lo svolgimento di visite di stato, ricevimenti ufficiali etc.

Un protocollo di comunicazione (o più semplicemente protocollo ) è un insieme di regole standard nell'ambito delle telecomunicazioni. Tali regole standard sono necessarie per permettere a dispositivi diversi di comunicare correttamente. In pratica un protocollo è uno standard condiviso che specifica in quale modo deve avvenire la comunicazione.

protocollo di comunicazione

Ci sono semplici esempi di protocolli di comunicazione anche al di fuori delle reti di telecomunicazione. Per esempio un italiano e un cinese, volendo comunicare fra loro, potrebbero mettersi d'accordo nell'utilizzare la lingua inglese: tale accordo sulle regole di comunicazione è appunto un esempio di protocollo di comunicazione.

Un esempio più elaborato di protocollo di comunicazione è quello che viene usato per instaurare una comunicazione via radio. In questo caso esistono particolari linguaggi e serie di procedure codificate per stabilire la comunicazione, per condurla e per terminarla. Si consideri, a titolo di esempio, il seguente scambio fra un aereo e la torre di controllo a terra:

Aircraft : Boston Tower, Warrior tree fife foxtrot (35F), holding short of two two right. Tower : Warrior tree fife foxtrot, Boston Tower, runway two two right, cleared for immediate takeoff. Aircraft : Roger, tree fife foxtrot, cleared for immediate takeoff, two two right.

Come si può notare, anche senza comprenderne i contenuti nel dettaglio, il protocollo di comunicazione in questo caso usa un linguaggio codificato in modo molto preciso.

Protocolli dettagliati e privi di ambiguità sono a maggior ragione indispensabili per regolare la comunicazione fra dispositivi automatici, come per esempio i computer collegati in una rete. La figura seguente mostra per esempio lo scambio di messaggi necessari per stabilire una connessione fra un PC client e un server:

Caratteristiche generali di un protocollo e definizione di entità

Utilizziamo il termine generico entità per indicare la sorgente e il destinatario di una comunicazione: le due entità potrebbero essere due persone, due computer, due programmi in esecuzione, etc.

entità

In generale un protocollo deve specificare:

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Ufficio Informazione e Accoglienza turistica Piazza San Francesco, 7 - Ravenna Tel +39 0544 35755 - 35404 / Fax +39 0544 546108 Email: Fatti Dont Maglietta Scura Delle Donne Per La Cura HlwOH

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